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San Giuseppe tra Albania Tarantina e Lizzano

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Truddu (trullo) a Lizzano (TA) · foto Fra.lizzano, CC BY-SA 3.0, Commons

San Marzano di San Giuseppe · Fragagnano · Lizzano · Faggiano · TA

Quattro paesi della campagna a est di Taranto, e un filo che si vede da due lati. Il primo è l'Albania Tarantina. San Marzano e Faggiano sono casali dell'Albania Tarantina: per il Comune di San Marzano popolati da soldati di Scanderbeg tra fine Quattrocento e inizio Cinquecento, per l'Unione Montedoro a Faggiano confluirono greci e albanesi dalla seconda metà del Quattrocento a gran parte del Seicento; e Fragagnano è detto storicamente arbëreshë da una sola fonte privata. Il secondo è marzo: in tutti e quattro le fonti legano a San Giuseppe un fuoco, una tavola o un patrono. Lizzano sta fuori dal primo filo, perché il suo Comune ne fa risalire le origini a profughi venuti da Lecce. Il tema del vino, ipotizzato all'inizio, regge solo in parte: vigne e Primitivo compaiono, ma non come storia documentata paese per paese. È un viaggio per chi cerca centri minori.

In breve

Durata. 4 giorni.

Il percorso

Giorno 1 — San Marzano di San Giuseppe

Il viaggio comincia davanti a un palazzo che fa da confine. Secondo la scheda del Comune, il barone Demetrio Capuzzimati fece erigere Palazzo Casalini nel 1530, al limite tra i feudi di Rizzi e di San Marzano; e proprio nel 1530, racconta la pagina di storia comunale, il feudo gli fu venduto, e lui favorì l'arrivo di famiglie epirote. Il Comune lega a quegli anni il carattere albanese del paese: i casali dell'Albania Tarantina, per il Comune, furono popolati da soldati di Giorgio Castriota Scanderbeg tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento. Un secolo dopo, l'Unione Montedoro riporta che il 5 dicembre 1630 un tavolaro della Regia Camera della Sommaria valutò i beni di Demetrio Capuzzimati junior, espropriati per debiti. Del ponte levatoio citato nel 1633 non resta nulla; restano il loggiato, le arcate e un passaggio coperto sopra il portone che porta al coro della chiesa di San Gennaro, con lo stemma dell'ultimo marchese Bonelli. Per Montedoro il palazzo è oggi sede del Comune. La chiesa di San Carlo Borromeo, sul Corso, fu eretta probabilmente nel Settecento sul sito di un culto di Santa Venera; il Comune ricorda una visita del 1578 alla chiesa originaria, officiata in rito greco. Montedoro ricorda che la lingua albanese del paese è tutelata dalla legge sulle minoranze linguistiche, e segnala il mezzobusto di Skanderbeg e il «fumaru», un antico comignolo presso il Palazzo Marchesale. Per la festa del patrono, il 18-19 marzo, Montedoro descrive la processione della legna, con carri trainati da cavalli e gruppi in costume albanese, che si chiude nello Zjarre i Madhe, il Grande Falò della notte tra il 18 e il 19 marzo: per Montedoro la processione della legna si tiene dal 1866, lo stesso anno in cui, secondo il Comune, il sindaco Francesco Paolo Cavallo aggiunse «di San Giuseppe» al nome per distinguerlo dagli omonimi. Le fonti non dicono se i due fatti siano legati. Il giorno dopo si scende sotto il livello della campagna.

Giorno 2 — La lama delle Grazie e Fragagnano

Il santuario della Madonna delle Grazie, per l'Unione Montedoro, sta in contrada Grotte, dentro una lama carsica profonda circa cinque metri, con la cripta a 102,3 metri di quota nel punto in cui due incisioni confluiscono a Y. Il Comune racconta che le grotte della gravina furono tombe nella tarda età del Bronzo e abitazioni ipogee nell'Altomedioevo; il nucleo del santuario, per Montedoro, è una chiesa rupestre di San Giorgio: un ipogeo quadrangolare con tre accessi e una scalinata monumentale. Nel santuario Montedoro segnala affreschi di San Giorgio e di Santa Barbara e una Vergine col Bambino ritenuta miracolosa, di cui in origine si vedevano solo i volti; sulla volta, una Vergine incoronata del Seicento. La lama rientra nel Parco naturale regionale Terra delle Gravine, istituito nel 2005, dove Montedoro segnala il fragno, il leccio e il grillaio. A Natale, nella stessa lama, si allestisce un presepe vivente.

Fragagnano riceve qui poche righe, perché il sito del suo Comune non è stato consultabile e tutto viene da fonti private da riverificare. La testata pugliain.net descrive una campagna di piccoli appezzamenti tra muretti a secco, con vigneti di primitivo e malvasia nera, e data al 1774 la Chiesa Madre dell'Immacolata, voluta dai feudatari Dell'Antoglietta sulle rovine di una chiesa distrutta dal terremoto del 1770. La stessa fonte ricorda a marzo il «Rito dei Santi», con tavolate per i poveri legate a San Giuseppe. Un sito di castelli segnala sul cornicione del Palazzo Baronale una statua di Sant'Irene sopra lo stemma Dell'Antoglietta. Le tavole di marzo tornano il giorno dopo.

Giorno 3 — Lizzano

Il Comune descrive il Palazzo Marchesale «ai piedi del poggio su cui gradatamente s'adagia il paese». Al pianterreno ospitava il frantoio, il mulino, il granaio, i magazzini e le scuderie. Le case basse del paese, scrive il Comune, affermano «il piccolo dominio tipico della civiltà contadina». Le origini, secondo i Cenni storici comunali, sono altre rispetto ai casali albanesi: nel primo Duecento profughi da Lecce, in fuga dalle invasioni di Guglielmo I, ebbero dalla contessa Albiria, figlia della regina Sibilla, l'autorizzazione a insediarsi nei territori vicino a Pulsano; per dialetto e tradizioni, nota il Comune, il paese ha molte somiglianze con il Leccese. La prima fonte ufficiale è un registro angioino del 1272. La Chiesa del Rosario fu costruita nel 1562 con lo stemma dei De Raho; la scheda comunale ricorda gli archi di appoggio del castello normanno, costruiti dopo il terremoto di Nardò del 1743. Nella Chiesa del Crocifisso fu portata nel 1955 la statua di San Gaetano, dopo il crollo della volta della Matrice. Il convento di San Pasquale, voluto dai marchesi Chyurlia, fu soppresso nel 1811 e nel 1866. Nel marzo 2026 il Comune ha annunciato le Tavole di San Giuseppe (18 marzo) e, il 21, una tavola con degustazione e accensione del falò. Il giorno seguente si esce dal paese verso San Crispieri.

Giorno 4 — San Crispieri e Faggiano

Sulla strada da Lizzano, secondo il Comune di Faggiano, la chiesa di Santa Maria di Costantinopoli è in parte crollata e oggetto di restauro; Montedoro la data al 1601 e vi ricorda pellegrinaggi il primo martedì di marzo. A San Crispieri, il castello, costruito alla fine del Cinquecento e completato nel secondo decennio del Seicento, è un edificio privato con accesso non noto. A Faggiano il perché è religioso: per Montedoro il 16 aprile 1557 l'arciprete del paese ricevette il mandato di Vicario Generale per i greci e gli albanesi di Puglia e Abruzzo, e Faggiano divenne la «capitale religiosa del rito greco» fino alla fine del Settecento. Nella Chiesa Madre dell'Assunta, attestata nel 1578 e restaurata nel 1760, il Comune indica il rito greco mantenuto fino a tutto il XVIII secolo e un pavimento di lapidi sepolcrali. Il dettaglio che resta è un'assenza: la Cripta di San Nicola, eremo basiliano probabilmente dell'XI secolo, fu ritrovata l'11 settembre 1926 scavando le fondamenta di una casa; nel 1955 gli affreschi superstiti furono staccati e l'ipogeo interrato, e San Teodoro, San Giorgio e gli altri santi stanno oggi, per Montedoro, alla Pinacoteca Metropolitana di Bari. Il patrono, qui, è ancora San Giuseppe.

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