Le aperture dei 59 itinerari, da leggere una dopo l’altra.
Nel medioevo, ricorda il Comune, Monte Sant'Angelo era una tappa dell'itinerario «Homo, Angelus, Deus», e questo viaggio la tratta come tale: parte dalla costa, sale alla grotta dell'Arcangelo e da lì segue le altre strade che vi arrivano. Il filo non è nostro. Il Parco Nazionale del Gargano descrive una Via dei pellegrini da Vieste e una via Sacra-Langobardorum da Benevento; la cartoguida «Discovering Puglia» del 2015 traccia percorsi da Siponto e da San Giovanni Rotondo; la pagina del Comune ricorda che l'itinerario medievale «Homo, Angelus, Deus» univa il santuario a Roma, Compostella e la Terra Santa. Va detto con onestà che le pagine del Parco sono ferme al 2023 e la cartoguida al 2015: i tracciati vanno riconfermati presso gli enti. L'ordine delle tappe è una proposta nostra.
Un viaggio che scende: dal ciglio della Murgia meridionale, dove Martina Franca guarda la Valle d'Itria, fino agli scogli di Torre Guaceto. Lo regge una traccia del 2015, quattro percorsi della cartoguida regionale (oggi non confermati) che si passano il testimone da Martina Franca a Carovigno; la catena è nostra. Il filo storico è sottile, ma c'è: i duchi di Martina ricompaiono a Locorotondo e ad Alberobello, e Ostuni e Carovigno conservano mura aragonesi. Alberobello e Castellana Grotte stanno fuori da quei tracciati: sono deviazioni dichiarate. È per chi va piano e legge le date sui muri.
Sette centri della provincia di Foggia, nel Subappennino Dauno. A legarli, nelle fonti, sono due cose: una strada e una frontiera. La strada è quella che le schede del Ministero della Cultura chiamano Traiana e che le fonti fanno passare da Celle, Castelluccio e Troia, e che alcuni studiosi collocano anche presso Faeto. La frontiera è quella segnata, una dopo l'altra, dalla torre e dalle mura volute dal catapano Basilio Boioannes, dai Saraceni insediati da Federico II a Lucera e dai soldati provenzali mandati contro di loro da Carlo I d'Angiò. Va detto che i quattro tracciati della cartoguida regionale del 2015 da cui nasce erano legati a un programma di quell'anno: nessuna fonte letta dice che esistano ancora.
Quattro comuni della provincia di Bari che l'Ente Parco dell'Alta Murgia elenca tutti tra i tredici del suo territorio: un altopiano di calcare, doline, grotte e pascoli, con masserie in pietra, cereali, mandorli e vite. Il filo è doppio. C'è il pane: il disciplinare europeo del Pane di Altamura DOP include nella zona di produzione Altamura, Gravina e Poggiorsini, ma non Santeramo, che qui entra per la roccia e per una grotta di pellegrini. E c'è la pietra scavata: la gravina di Gravina, il Pulo, le cavità dove sono stati trovati lo scheletro di un uomo, affreschi, sepolture. È un viaggio lento per chi vuole leggere un paesaggio duro attraverso le sue chiese rupestri e i suoi musei. L'ordine delle tappe e la divisione in giorni sono una nostra proposta.
Quattro centri della provincia di Bari, tra la pianura dietro la città e il margine dell'altopiano: Toritto, per la scheda del Ministero della Cultura, sta in parte nel Parco nazionale dell'Alta Murgia, Cassano, per il suo Comune, alle porte del Parco. Il registro del progetto li legava ai tratturi, ma nessuna fonte letta usa questa parola per questi luoghi, e il tema va lasciato cadere. Ne regge un altro, più quieto. Tre paesi su quattro hanno un castello nato tra Bizantini e Normanni, Cassano una cinta trecentesca, passati di feudatario in feudatario; e sotto la pietra corre l'acqua: ad Acquaviva il nome viene dalla falda, per il portale italia.it, a Cassano le fonti naturali favorirono, secondo il Ministero, un popolamento precoce. È un viaggio per chi ama leggere le date nei muri.
Quattro paesi della provincia di Bari sul margine delle Murge. Le schede del Ministero della Cultura mettono Turi sui primi contrafforti dell'altopiano e Casamassima ai suoi piedi, mentre l'Enciclopedia Italiana del 1933 colloca Gioia del Colle nell'insellatura tra le Murge di nord-ovest e quelle di sud-est. Il legame più concreto è la vite: il disciplinare della DOC Gioia del Colle, letto in una copia da riverificare sul testo ministeriale, comprende tutti e quattro i comuni nella zona di produzione. Il tema delle masserie, invece, regge poco: le fonti consultate quasi non ne parlano, e a Turi conta più la ciliegia che l'uva. Resta un viaggio di pietra, per chi ama castelli, scavi e feudi, con un sito peucezio al centro. L'ordine delle tappe e la divisione in giorni sono una nostra proposta.
Quattro centri a sud-est di Bari, tutti in provincia di Bari, che per vie diverse guardavano a Conversano. Lì, secondo un volume della Basilicata University Press, nacque una delle prime contee normanne; le prime notizie di Putignano, del X secolo, per la scheda del Ministero della Cultura la legano a Conversano; Rutigliano divenne «castellum» forse per rendersi autonomo da lei; in età moderna Noci entrò nella sua contea e vi restò fino al 1806. Il secondo filo è quello dei signori in abito religioso: le badesse mitrate di Conversano, i monaci di Monopoli e poi i cavalieri di Rodi e di Malta a Putignano, i canonici di San Nicola a Rutigliano. È un viaggio per chi ama leggere i paesi dalle mura, dalle porte e dagli archivi. Il tema dei trulli, che avevamo immaginato, non trova appoggio in nessuna fonte letta.
Tre centri sulla costa a sud di Bari, tutti in provincia di Bari, che, nella nostra sintesi delle fonti, hanno tratti comuni: un nucleo antico chiuso da mura, un porto o una scogliera, una difesa rivolta al mare. Il filo regge sui documenti. Contro i pirati, secondo il portale italia.it, fu costruito il castello di Mola; esposta ai pirati era Monopoli marinara in età bizantina e normanna, per la scheda del Ministero della Cultura; e per le schede ministeriali Polignano fu sotto Venezia tra il 1494 e il 1530, Monopoli dal 1456 e poi, dal 1509, sotto la Spagna. È un viaggio per chi vuole leggere la costa attraverso le pietre: castelli, chiese, porte. Le fonti su Monopoli e Polignano sono più ricche di quelle su Mola, e il racconto ne segue il peso.
Cinque comuni della provincia di Bari: il capoluogo e quattro centri dell'entroterra immediato. Nessuna fonte li lega in un itinerario, e il raggruppamento è nostro. Un filo però le carte lo mostrano. Modugno, scrive il suo Comune, sta nella «conca di Bari» e fu feudo degli arcivescovi baresi; feudo dell'arcivescovo di Bari fu anche Bitritto; l'abbazia di Ognissanti di Cuti, a Valenzano, passò nel 1295 alla Basilica di San Nicola, e il suo primo abate ne fu anche rettore. Nella nostra lettura, è un viaggio per chi vuole vedere come una città medievale si allungava sulle campagne vicine. Il filo regge per Modugno, Bitritto e Valenzano; per Capurso le fonti lette dicono poco, e il racconto ne tiene conto.
Quattro paesi a sud e a sud-est di Bari, tutti in provincia di Bari, che nessuna fonte raccoglie sotto un solo nome: il raggruppamento è nostro. Il filo che li lega regge solo in parte, ed è la campagna. La scheda del Ministero della Cultura lega l'economia di Triggiano a mandorle e ulivi; il Comune di Cellamare racconta i frantoi in pietra mossi dagli animali; a Noicattaro il teatro è nato in un frantoio dei duchi; Adelfia, per l'Enciclopedia Italiana del 1929, era tra i centri vinicoli della Terra di Bari. Sotto, il calcare inciso dalle lame, i solchi erosivi che le fonti citano a Triggiano e ad Adelfia; a Noicattaro, un territorio delle lame sottoposto a vincolo. È un viaggio per chi cerca storie minute: chiese rifatte più volte, il castello di Cellamare diventato residenza, una peste, due borghi divenuti un comune.
Quattro città della provincia di Bari, due sul mare e due che le fonti non descrivono come costiere, che le fonti legano più di quanto la carta suggerisca. Molfetta ebbe un principe Gonzaga, e anche Giovinazzo, secondo il sito turistico Discover Giovinazzo, che porta il copyright del Comune, passò ai Gonzaga; Terlizzi, secondo Wikipedia, dipese dai conti di Giovinazzo dall'XI secolo, e nel 1770 i due feudi, uniti, passarono insieme alla Regia Corte; nel IV secolo a.C., secondo Wikipedia, il territorio di Rhyps comprendeva anche Molfetta e Terlizzi; in età romana Ruvo fu municipium lungo la Via Traiana. È un viaggio per chi vuole passare dalle difese costiere del Cinquecento alle collezioni ottocentesche dell'entroterra, seguendo icone che la tradizione fa arrivare dal mare o trovare nel bosco, torri e conti.
Cinque comuni della provincia di Bari, letti attraverso le loro pietre: una cattedrale romanica, un castello diventato palazzo, a Palo, mura medievali allargate per accogliere nuovi abitanti. Le fonti intrecciano davvero alcuni di questi centri: un architetto bitontino firma un campanile a Palo del Colle, una coalizione con Bitonto distrugge il casale da cui nasce un borgo di Palo, Grumo era municipio romano come Butuntum, Binetto, secondo il GAL Nuovo Fior d'Olivi, fu aggregato a Grumo dal 1927 al 1946. Il tema dell'olio, invece, regge solo in parte: è documentato a Bitonto, a Bitetto con la sua oliva termite, negli uliveti del territorio di Palo; per Binetto e Grumo le fonti lette tacciono. L'insieme dei cinque comuni, l'ordine delle tappe e i giorni sono una nostra proposta.
Quattro comuni tra la Murgia e l'Ofanto e un castello che non è un comune: Andria, Minervino Murge e Spinazzola stanno in provincia di Barletta-Andria-Trani, Corato in quella di Bari. Il filo ipotizzato, «castelli e altopiano», regge solo in parte. Il castello pieno è Castel del Monte, nel territorio di Andria; altrove le fonti parlano di quattro donjon normanni sulle mura di Corato, di un castello diventato municipio a Minervino, di una sola torre superstite a Spinazzola. Regge meglio l'altopiano: la Murgia che il castello domina, i cui paesi conti normanni e poi, a Minervino e Spinazzola, i Pignatelli hanno tenuto in feudo, e che a Spinazzola l'Ente Parco protegge come geosito. È un viaggio per chi vuole leggere insieme pietre e documenti, e accetta un tema che non chiude ogni cerchio.
Tre città della provincia di Barletta-Andria-Trani che oggi formano una sola arcidiocesi, Trani-Barletta-Bisceglie: lo ricordano la scheda del Comune di Trani sulla sua cattedrale e un PDF curato da una congregazione religiosa sulla concattedrale di Barletta. È questo il filo più solido del viaggio: tre cattedrali («chiese madri» è formula nostra: il Comune di Trani chiama così la sola cattedrale di Trani, Barletta e Bisceglie sono concattedrali), ciascuna con la sua storia, e intorno castelli, porti e quartieri medievali. Il mare c'è, e le fonti lo nominano: Bisceglie è per il suo Comune «asseragliata sul mare, intorno ad un antico porto», il fossato del castello di Trani era allagato dal mare secondo il FAI, Barletta ha spiagge sabbiose e un porto turistico per italia.it. Nessuna fonte, però, presenta i tre centri come una costa unitaria: il tema costiero è compatibile, non dimostrato. È un viaggio per chi legge le città nelle pietre e nei documenti.
Quattro comuni della provincia di Barletta-Andria-Trani che il sito del Parco naturale regionale Fiume Ofanto conta tutti tra gli undici comuni del Parco, istituito con la legge regionale n. 37 del 2007. Il viaggio scende dalle tombe e dal ponte romano di Canosa fino alla costa delle saline. Il filo regge su due fatti documentati: il fiume, perché i quattro comuni hanno tutti territorio nel Parco dell'Ofanto, e il sale, perché secondo la scheda del Ministero della Cultura la colonia di San Ferdinando doveva essere popolata da famiglie delle Saline di Barletta, l'odierna Margherita di Savoia. Va detto con onestà che nessuna fonte ufficiale letta lega le saline all'Ofanto e che su Margherita di Savoia le fonti sono scarse. È un viaggio per chi cerca archeologia e pianure d'acqua.
Quattro comuni della provincia di Brindisi, che la cartoguida regionale del 2015 univa nel percorso n.37, «Ciclovia dell'Acquedotto (I)». Il filo che li lega, nelle carte lette, è doppio. Il primo è messapico: Ceglie e Oria furono città di quel popolo; a Francavilla la Provincia di Brindisi segnala un piccolo insediamento tra IV e II secolo a.C., a Villa Castelli un'area abitata dal tardo Neolitico alla metà dell'età del Bronzo. Il secondo è la campagna: masserie con trulli e cripte, e un paese, Villa Castelli, nato da una tenuta. Il tema regge bene per Ceglie e Oria, meno per gli altri due, dove i Messapi sono poche righe e il racconto passa ai feudatari, gli Imperiali, signori di Francavilla e di Oria e padroni della tenuta da cui nacque Villa Castelli. Quasi tutto viene da una scheda della Provincia di circa il 2001. È un viaggio per chi legge un territorio dalle grotte alle torri.
Quattro comuni della provincia di Brindisi. La cartoguida «Discovering Puglia» del 2015 univa Mesagne e San Donaci nel percorso n.43, «Via dell'olio (I)». Sull'olio le carte lette non reggono: l'appartenenza di questi comuni alla DOP Terra d'Otranto resta contraddetta. Reggono invece due fili. Il primo è il vino: per il testo del disciplinare della DOC Salice Salentino, letto in copia privata, San Pancrazio e San Donaci stanno per intero nella zona di produzione e Cellino in parte; Mesagne, secondo una relazione tecnica che non è il disciplinare, appartiene alla DOC Brindisi. Il secondo filo è più antico: dal 1100 le decime di Mesagne andarono alla chiesa di Brindisi, e San Donaci e San Pancrazio furono casali dei suoi arcivescovi fino all'eversione della feudalità. Cellino ebbe invece famiglie feudatarie.
Quattro comuni della provincia di Brindisi, legati da un'idea della cartoguida regionale del 2015: il percorso n.46, «Fra boschi, storia e archeologia», da Brindisi a San Pietro Vernotico e a Torchiarolo. Il tema regge solo in parte, e conviene dirlo. La storia c'è, ed è fitta di documenti; l'archeologia ha il suo centro a Valesio, i cui materiali si ritrovano nel museo provinciale di Brindisi; i boschi poggiano su una sola fonte da riverificare, che descrive la sughereta di Santa Teresa e dei Lucci. San Vito dei Normanni non era nel percorso del 2015, e le sue notizie vengono quasi tutte da Wikipedia: avrà poche righe. Un filo inatteso lega invece i luoghi agli anni 1943-1945, quando il re soggiornò in tre di questi comuni. Il viaggio è per chi legge volentieri un paese attraverso le sue carte.
Quattro comuni della provincia di Brindisi, tra ulivi e vigne. Lo spunto viene dalla cartoguida regionale del 2015, che univa Torre Santa Susanna ed Erchie nel percorso n.51, «Ciclovia dell'Acquedotto (II)»; ma nessuna fonte aperta finora collega la ciclovia a questi paesi, e il tema dell'acquedotto qui non regge. Regge invece un altro filo, documentato dai Comuni: Torre Santa Susanna fu per secoli soggetta a Oria, fino all'autonomia del 1564, mentre Latiano passò nel 1641 agli Imperiali, marchesi di Oria e Francavilla. A Torre, poi, l'olio ha scavato la roccia, a Latiano trappeti e palmenti hanno retto l'economia dopo l'Unità. Erchie e San Michele Salentino hanno poche notizie verificate e avranno poche righe. È un viaggio per chi legge volentieri i paesi minori attraverso le loro carte.
Questo viaggio percorre la costa nord del Gargano, dentro il Parco Nazionale, e finisce in mare aperto, alle Isole Tremiti. I cinque comuni sono tutti in provincia di Foggia. Il filo che li lega sta nelle schede del Ministero della Cultura: nel 1177 Peschici, Rodi, Vico e Ischitella facevano parte tutti dell'Honor di Monte Sant'Angelo. Vico e Ischitella subirono il terremoto del 1646, e a Peschici, Vico e Ischitella le chiese madri furono consacrate o restaurate intorno al 1675. Al largo, i monaci di Santa Maria di Tremiti possedevano il castello di Peschici. È un itinerario per chi legge volentieri mura, porte e paesaggi d'acqua. Va detto con onestà che Rodi Garganico è poco documentato, che nessun sito comunale è stato raggiungibile e che l'ordine delle tappe è una nostra proposta.
Sul versante settentrionale del Gargano, secondo il Parco, due lagune stanno una accanto all'altra, e tra loro sale il Monte d'Elio. Tutti e quattro i comuni di questo viaggio sono nel Parco Nazionale del Gargano. Il filo è l'acqua bassa e chi ci ha vissuto: a Lesina le fonti documentano peschiere già nell'VIII secolo, a Varano monaci che pescavano anguille e cefali. Il tema regge pienamente per Lesina, sulla sua laguna, e per Cagnano Varano e Carpino, che il Parco lega alla laguna di Varano. Per San Nicandro regge solo in parte: il suo legame con l'acqua passa per una lunga causa sugli usi civici della laguna di Lesina, nota da una fonte privata, e per la città abbandonata di Devia, che il Parco colloca tra le lagune.
Questo viaggio scende dal Gargano verso la pianura: Mattinata, Rignano Garganico e Apricena sono tra i comuni del Parco Nazionale del Gargano, mentre San Paolo di Civitate è, per la Regione Puglia, «un piccolo centro del Tavoliere». Va detto con onestà che il tema «promontorio e pianura» regge solo come descrizione geografica: nessuna fonte letta lega i quattro paesi in un unico percorso, e la cartoguida regionale del 2015 tocca soltanto Apricena. Il filo più solido che le fonti offrono è un altro, il tempo lungo della presenza umana: le schede del Parco documentano la necropoli di Monte Saraceno, le sepolture e le pitture di Grotta Paglicci, gli strumenti scheggiati di Pirro Nord; a San Paolo di Civitate un museo racconta una comunità di frontiera tra VII e III secolo a.C.
Quattro comuni della provincia di Foggia, dalla pianura dell'Alto Tavoliere alle alture tra il Saccione e il Fortore. Il filo che le fonti permettono di tirare è doppio. Il primo è il terremoto del 1627, che le schede del Ministero della Cultura ricordano sia a San Severo sia a Serracapriola. Il secondo sono le comunità albanesi: la stessa banca dati le segnala a Poggio Imperiale e lega a quella tradizione l'origine di Chieuti. È un viaggio per chi ama i paesi letti nella loro pianta e nei loro documenti, più che nei monumenti.
Quattro comuni della provincia di Foggia, nel Tavoliere; il portale italia.it colloca Foggia al suo centro. Il filo che proponiamo è un cambio d'uso della terra. Foggia fu la sede della Dogana della mena delle pecore, che obbligava le greggi a svernare nel Tavoliere; Carapelle, Orta Nova e Ordona sono tre dei borghi agricoli che le schede del Ministero della Cultura legano ai «reali siti», colonie di contadini nate su terre e masserie già dei Gesuiti. Tra le fonti lette, un tratturo compare in uno solo di questi paesi, a Orta Nova. Sullo sfondo resta la città antica di Herdonia, presso Ordona. È un viaggio per chi ama leggere i paesi nelle loro piante e nei loro documenti, più che nei monumenti.
Quattro comuni della provincia di Foggia, dalla parte meridionale del Tavoliere fino alla costa dove arriva la salina. Il filo che li lega, nelle fonti lette, è la terra e chi la possedeva: i Cavalieri Teutonici nell'agro di Cerignola, i Gesuiti del Collegio Romano a Stornara e Stornarella, i coloni insediati dal re dopo la loro cacciata e, a Zapponeta, secondo fonti private, un barone del Settecento. Il grano compare nelle fonti solo come nome (le Fosse del Grano); le zone umide stanno appena oltre Zapponeta, in comuni vicini. È un viaggio per chi legge i paesi nelle carte d'archivio più che nei monumenti.
Quattro comuni della provincia di Foggia. Il filo che li lega è più storico che tematico: Ascoli Satriano sta su tre colli sopra la valle del Carapelle, Candela tra Ofanto e Carapelle, Sant'Agata a circa ottocento metri nel Subappennino Dauno meridionale. Lungo la strada tornano gli stessi nomi: i Doria, feudatari a Candela e poi a Rocchetta; e nel Museo Diocesano di Ascoli una croce che viene da Rocchetta. Il tema ipotizzato, «borghi e campagna», regge solo in parte: le fonti parlano di centri storici, castelli e reperti, quasi mai di campagna. Avvertenza: di Rocchetta si sa poco. L'ordine delle tappe è una nostra proposta.
Quattro paesi della provincia di Foggia, tutti costruiti in alto: uno studio dell'Università Mediterranea di Reggio Calabria descrive Castelluccio dei Sauri come un abitato allungato su un crinale e Deliceto come un insediamento di colmo, la scheda del Ministero della Cultura dice Accadia un centro di crinale, e la Provincia mette Bovino a circa 650 metri di quota, con vista sulla valle del Cervaro. Il filo che li lega è Bovino: alla sua Chiesa fu donato Castelluccio, i suoi signori Guevara ne comprarono il feudo, un suo vescovo fece rivivere il santuario della Consolazione presso Deliceto. Il secondo filo è la terra che si muove: l'ISPRA elenca tutti e quattro tra i comuni danneggiati dal sisma del 1980. Il tema da cui eravamo partiti, «borghi e boschi», regge poco: i boschi compaiono nelle fonti come nomi, non come luoghi descritti. È un viaggio per chi legge i paesi dalle loro chiese, dalle crepe e dai documenti.
Quattro borghi della provincia di Foggia, tutti schedati dal portale Visit Monti Dauni del GAL Meridaunia. Il filo, nelle fonti, è doppio. Il primo è un sentiero: il Sentiero Frassati di Puglia, che cinge il Monte Cornacchia e tocca Biccari. Il secondo è una strada d'erba: il Regio Tratturo Castel di Sangro-Lucera, che il GAL Meridaunia segnala ad Alberona e a Volturino, il Comune di Volturara Appula nel proprio territorio e la scheda del Ministero della Cultura all'origine della forma di Volturino. Il Sentiero Frassati, tra i quattro paesi, tocca solo Biccari. È un viaggio per chi cammina e per chi legge i paesi dalla loro forma.
Cinque paesi della provincia di Foggia, tra i rilievi della Daunia e la valle del Fortore. Li lega una storia di gente in fuga. Motta Montecorvino, secondo la sua scheda ministeriale, nacque da abitanti di un'antica roccaforte bizantina, porta il nome di Montecorvino, città fondata dai Bizantini e poi abbandonata, e ne dipese come casale della baronia; una relazione archeologica del 2019, da riverificare, ne fa venire gli abitanti proprio da Montecorvino; Castelnuovo della Daunia, Casalvecchio di Puglia e Casalnuovo Monterotaro accolsero tra Quattro e Cinquecento profughi albanesi, e a Casalvecchio, dice il Comune, gli anziani parlano ancora l'arbëreshë. Il tema dei sentieri da cui eravamo partiti regge poco: due tracciati di un programma del 2015 toccano solo Pietramontecorvino e Castelnuovo, e non abbiamo trovato conferma che esistano oggi. È un viaggio per chi legge i paesi attraverso le loro origini più che attraverso i monumenti.
Quattro paesi della provincia di Foggia lungo il corso del Fortore. Roseto Valfortore sta nell'alta valle del fiume, secondo la scheda del Ministero della Cultura; San Marco la Catola, Celenza Valfortore e Carlantino si affacciano sul lago di Occhito, che il Fortore forma dietro una diga costruita tra il 1958 e il 1966. Celenza e Carlantino hanno una storia comune: il secondo nacque nel 1582 come casale nuovo nel feudo del primo, per volontà di un barone Gambacorta. La Strategia Aree Interne del Governo descrive l'area come fragile e segnata dallo spopolamento. Il tema dei sentieri regge poco: due tracciati di un programma del 2015 toccano tre dei quattro paesi; uno dei due, il Sentiero Frassati, è citato anche dal GAL Meridaunia presso le piscine di Roseto, con un'altra destinazione; del percorso attuale non abbiamo conferma. È un viaggio per chi ha tempo per i paesi piccoli e le loro carte.
Sono tre paesi della provincia di Foggia; due di loro confinano con la Campania. Per due di loro il confine è anche storia amministrativa: Monteleone di Puglia, secondo le schede della Regione Puglia, è passato dalla provincia di Avellino a quella di Foggia nel 1929; Anzano, per il suo Comune, è stato irpino dal 1862 al 1931, con il nome di Anzano degli Irpini. Il secondo filo sono i terremoti, che a Panni hanno fatto cadere una torre e a Panni e ad Anzano hanno abbattuto chiese, alcune ricostruite. Il viaggio è per chi accetta paesi piccoli e fonti scarne. Il tema dei borghi e dei sentieri regge solo in parte: l'unico sentiero descritto nelle fonti arriva a Panni, e di Monteleone si conosce quasi soltanto la storia feudale, non i monumenti. Ordine delle tappe e giorni sono una nostra proposta.
Quattro paesi della provincia di Taranto costruiti sull'orlo di una gravina, quei solchi nella roccia che il Comune di Palagianello descrive come incisioni carsiche più profonde che larghe. Tutti e quattro compaiono nell'elenco dei comuni del Parco naturale regionale Terra delle Gravine, pubblicato dall'Ente Parco, e tutti e quattro, per vie e in tempi diversi, sono finiti nella diocesi di Castellaneta: è il secondo filo, meno visibile, di questo viaggio. Il tema regge per ciascuna tappa, ma con pesi diversi: di Palagianello e Ginosa le schede del Ministero della Cultura dicono molto, di Laterza le fonti ufficiali che abbiamo letto dicono poco, e lo scriviamo. Il raggruppamento è nostro. Lo proponiamo a chi vuole leggere un paese a partire dalla roccia su cui sta.
Quattro comuni della provincia di Taranto che l'Ente Parco elenca tra i quattordici del Parco naturale regionale Terra delle Gravine, istituito con la legge regionale n. 18 del 2005. Il filo è la roccia: secondo l'Ente Parco le gravine nascono in due modi, e l'Ente Parco colloca i villaggi di Petruscio e della Madonna della Scala nelle cavità di una delle due forme. Il secondo filo è storico e vale solo per due tappe: Mottola e Massafra facevano parte della stessa diocesi, quella di Mottola, quando nel 1818 fu soppressa. Il tema regge con pesi diversi. Di Massafra le schede del Comune dicono molto, di Mottola parla una scheda del Ministero della Cultura; per Crispiano abbiamo soprattutto un portale turistico di gestione incerta, e di Statte le fonti dicono poco, e lo scriviamo. Il raggruppamento è nostro. È un viaggio per chi vuole vedere case-grotta e chiese rupestri e capire perché stanno lì.
Si parte dalla città vecchia di Taranto, che il Comune descrive come un'isola, e si prosegue, in un percorso di nostra composizione, verso tre comuni della stessa provincia. Il tema che ci era stato proposto, «città e mare», regge solo in parte: le fonti lette parlano di mare per Taranto, Leporano e Pulsano, e di Torricella dicono soltanto che ha una località marina, Torre Ovo. Due fili, invece, tengono davvero: le torri e le fortezze contro le incursioni dal mare, che le fonti ricordano a Leporano e a Pulsano, e la fuga dalla costa per sfuggire ai pirati che il Comune di Torricella pone all'origine del paese; e una famiglia, i Muscettola, principi di Leporano, che le pagine comunali ritrovano anche a Pulsano e a Torricella. Il raggruppamento è nostro. È un viaggio per chi vuole leggere una città stratificata e poi una campagna di castelli e di feudi.
Quattro comuni del Tarantino orientale, tutti compresi nella zona di produzione del Primitivo di Manduria secondo il disciplinare della DOC (testo letto in copia, con modifiche fino al 2014), e una città messapica al centro. È questo il filo, e conviene dirlo con onestà: l'archeologia, nelle fonti ufficiali, sta tutta a Manduria, dove il Ministero della Cultura scheda tre cinte di mura e una necropoli di oltre milleduecento tombe. Sava, Maruggio e Avetrana raccontano altro: feudi, un ordine cavalleresco, un frantoio scavato nella roccia, un confine che un documento locale descrive conteso per il sale. Il vino lega i luoghi come denominazione e come paesaggio di vigne, non come storia documentata paese per paese.
Quattro comuni della provincia di Taranto e un tema che regge solo a metà. La ceramica, nelle fonti lette, appartiene a Grottaglie: la scheda del Ministero della Cultura vi registra un quartiere di fabbriche con giare e anfore accatastate dal Cinquecento in avanti, ed è lì che il viaggio si ferma più a lungo. La campagna lega gli altri luoghi in modo più sobrio: l'enciclopedia sapere.it associa Grottaglie e Montemesola all'uva da vino dell'aleatico di Puglia DOC, a Montemesola il Ministero descrive case con uno scantinato oggi usato come cantina, a Carosino il FAI racconta una fontana che a fine estate versa vino. Monteiasi, invece, resta quasi muto.
Quattro paesi della campagna a est di Taranto, e un filo che si vede da due lati. Il primo è l'Albania Tarantina. San Marzano e Faggiano sono casali dell'Albania Tarantina: per il Comune di San Marzano popolati da soldati di Scanderbeg tra fine Quattrocento e inizio Cinquecento, per l'Unione Montedoro a Faggiano confluirono greci e albanesi dalla seconda metà del Quattrocento a gran parte del Seicento; e Fragagnano è detto storicamente arbëreshë da una sola fonte privata. Il secondo è marzo: in tutti e quattro le fonti legano a San Giuseppe un fuoco, una tavola o un patrono. Lizzano sta fuori dal primo filo, perché il suo Comune ne fa risalire le origini a profughi venuti da Lecce. Il tema del vino, ipotizzato all'inizio, regge solo in parte: vigne e Primitivo compaiono, ma non come storia documentata paese per paese. È un viaggio per chi cerca centri minori.
Tre paesi vicini tra loro, nei dintorni di Taranto, e uno, Palagiano, che il portale regionale colloca a 22 km a ovest della città: è un viaggio breve, per chi ama i centri minori e accetta molte domande aperte. Le fonti lette parlano di Murge tarantine, di cave di tufo, di masserie. Il filo che tiene, per Roccaforzata e Monteparano, è la presenza albanese: Monteparano sta, per il suo Comune, nell'«Albania Tarantina»; per il Comune di Monteparano anche San Giorgio Ionico rientra nell'«Albania Tarantina», ma senza tracce di quella cultura, se non in alcuni cognomi; Roccaforzata ricorda nella sua storia ufficiale i soldati albanesi chiamati da Ferrante I d'Aragona. Roccaforzata sta sulla collina più alta del Monte di Sant'Elia, frequentato dall'età del Ferro. Palagiano resta fuori da questo filo e riceve poche righe oneste. L'ordine delle tappe e la divisione in giorni sono nostri.
Un capoluogo e quattro centri vicini, tutti in provincia di Lecce. Il filo dichiarato è il barocco, e regge solo in parte: le fonti lo documentano a Lecce, a Lequile, che la scheda del Ministero della Cultura conta tra i principali centri del barocco salentino, e a Monteroni, dove Wikipedia descrive un Palazzo Baronale in barocco leccese. San Cesario racconta piuttosto tre casali fusi nel Seicento e una lunga pratica della distillazione; San Donato un casale nato senza mura. A tenere insieme il viaggio è allora una misura: una città dove una sola facciata, quella di Santa Croce, richiese un secolo di lavori secondo il FAI, e tre paesi (San Cesario, San Donato, Monteroni) che, per le schede ministeriali, tengono il centro tra un palazzo signorile e la chiesa. Lo proponiamo sapendo che orari e biglietti restano da verificare.
Cinque centri della provincia di Lecce che le fonti raccontano in modo simile: quasi tutti nascono dalla fine di altri insediamenti. Trepuzzi crebbe con gli abitanti di villaggi abbandonati, Squinzano dalla scomparsa di casali vicini, Campi Salentina dopo la distruzione di casali isolati, Novoli, secondo uno storico citato dal Comune, dal trasferimento degli abitanti di Porziano; e Surbo, per il suo Comune, nacque dal casale d'Aurio, di cui resta una chiesa sul confine con Lecce. È un viaggio per chi legge un paese dalla pianta delle strade e dalle date dei feudi. Il filo regge in modo diseguale: per Trepuzzi la materia è poca, e lo diciamo. Ordine delle tappe e divisione in giorni sono una nostra proposta.
Cinque comuni della provincia di Lecce. Tre di loro, Salice Salentino, Veglie e Guagnano, rientrano per l'intero territorio nella zona di produzione della DOC Salice Salentino, il cui rosso nasce per almeno il 75% da uve Negroamaro secondo il disciplinare ripubblicato dal Consorzio di tutela. Il filo regge solo in parte, e va detto: Carmiano e Arnesano nel disciplinare non compaiono, e i due tracciati della cartoguida 2015 pubblicata su dms.puglia.it che passavano per Salice e Veglie si chiamavano «Via dell'olio». Il vino fa quindi da paesaggio e da confine. Le fonti, invece, raccontano altro: un terremoto, feudatari, affreschi di tradizione bizantina scavati nella roccia, un palazzo marchesale con sale settecentesche, riaperto al pubblico nel 2009 dopo i restauri. È un viaggio per chi ama i centri minori e accetta che orari e visite restino da verificare.
Quattro comuni della provincia di Lecce, tra la costa ionica e la campagna alle sue spalle. Il filo è una paura antica, quella che arrivava dal mare. Il Comune di Nardò lega le torri di Porto Selvaggio alla presa di Otranto del 1480 e alle torri che Carlo V volle «una in vista dell'altra». A Porto Cesareo, secondo il portale regionale, il nome stesso del paese viene da una torre, Torre Cesarea. A Leverano, secondo il Comune, la torre di Federico II faceva da vedetta verso Porto Cesareo. Il tema regge bene sulla costa e meno nell'entroterra: a Copertino resta un castello, il resto è devozione. Le fonti raccontano anche altro: grotte abitate nella preistoria, un museo sulla memoria ebraica del dopoguerra, chiese ricostruite dopo un terremoto. È un viaggio per chi accetta che orari e visite restino da verificare.
Quattro comuni della provincia di Lecce, tenuti insieme da una città sull'isola e da ciò che le stava intorno. Il tema del mare e del centro storico regge per intero solo a Gallipoli, e va detto: Sannicola fu frazione di Gallipoli fino al 1908, ma quando ebbe un territorio suo la costa ne rimase fuori. Il filo vero è un altro, ed è nelle fonti: le stesse guerre di fine Quattrocento, i Veneziani del 1484, il Galateo, nato a Galatone, che vide i saccheggi, un Castriota che, secondo uno studioso, avrebbe difeso Gallipoli e Galatone dai Francesi. È un viaggio per chi ama leggere mura, archivi e chiese minori, e accetta che a Tuglie e a Galatone le fonti ufficiali non siano state raggiungibili.
Quattro comuni vicini della provincia di Lecce, che una cartoguida del 2015 univa in un percorso di 15 km chiamato «Tracce mariane». Il nome regge in tre tappe su quattro: ad Alezio il santuario della Madonna della Lizza, a Parabita la basilica di Maria Santissima della Coltura, a Casarano la chiesa di Santa Maria della Croce, detta Casaranello. A Matino le fonti lette non indicano un luogo mariano, e il paese entra per i frantoi scavati nella roccia e per il Palazzo Marchesale Del Tufo. Il filo più solido, però, porta a Gallipoli: i gallipolini in fuga dagli Angioini si rifugiarono ad Alezio, e a Casaranello un'iscrizione ricorda un vescovo di Gallipoli. È un viaggio breve, per chi guarda affreschi e mosaici con pazienza e accetta che orari e visite restino da verificare.
Cinque comuni della provincia di Lecce, tra la torre di Torre Suda e le mura messapiche di Ugento. Il tema ipotizzato, costa e campagna, regge solo in parte: le fonti lette parlano di mare per Racale (Torre Suda) e, in un testo del 2014 sul vecchio sito del Comune di Alliste, per Felline, non per Taviano e Melissano. Il filo che tiene meglio è quello dei feudatari. Nel 1411 Racale passa ai Tolomei, famiglia senese; nel 1415 Puccio Tolomei concede diritti e libertà alla comunità di Alliste; a Felline un restauro del 2005 ha riportato alla luce i ritratti di Camillo e Porsia Tolomei. Ugento chiude con una storia che le fonti seguono dai menhir e dai Messapi fino ai marchesi d'Amore. È un viaggio per chi ama chiese, torri e piccoli musei, e accetta che Taviano resti quasi muto e che orari e visite siano da verificare.
Quattro paesi del Salento, tutti in provincia di Lecce, due dei quali le fonti collocano sulle Serre salentine: Ruffano sul fianco della sua Serra, Supersano con le masserie ai piedi delle serre. Il filo che le carte reggono davvero non è l'olio ma la Chiesa: Taurisano, Supersano e Torrepaduli erano già prima del 1818 sotto il vescovo di Ugento, e lo sono ancora oggi; e ci sembra che a Taurisano, Ruffano e Supersano affiori il mondo greco, con una meridiana che Wikipedia descrive con le ore in caratteri latini e greci, preti di rito greco, iscrizioni greche in una cripta. L'olio entra solo come paesaggio, negli ulivi delle Serre e in un uliveto secolare del Parco Paduli; di coltivazioni in serra nessuna traccia. È un viaggio per chi accetta paesi piccoli e una documentazione disuguale: Ruffano è ricco di carte, Supersano e Collepasso ne hanno poche, e il racconto lo rispetta.
È un viaggio breve nel Salento interno, tutto in provincia di Lecce, costruito intorno a Galatina e a quattro paesi vicini. Il filo che le fonti permettono di tirare è doppio. Da una parte una famiglia feudale, gli Orsini del Balzo, che a Galatina fecero costruire Santa Caterina e a Neviano, secondo la scheda regionale, il castello; dall'altra le tradizioni che i luoghi conservano: la cappella delle tarantate, le confraternite, la ceramica di Cutrofiano, la barca di cartapesta di Aradeo. Va detto con onestà che il tema regge bene a Galatina e a Cutrofiano, mentre per Neviano, Aradeo e Seclì le fonti lette sono poche, le pagine dei Comuni di Aradeo e Seclì non si sono potute aprire e quella di Neviano non è stata trovata: lì il racconto si fa breve. È un itinerario per chi ama leggere le chiese per date e committenti.
Cinque paesi della Grecìa Salentina, tutti in provincia di Lecce e tutti nell'Unione dei comuni che porta quel nome e ha sede a Calimera. Il filo è una lingua e un rito. Secondo l'Unione, religiosi greci arrivarono qui in età bizantina, il clero greco resistette poi solo in pochi centri, e il griko, «lingua ellenofona» trasmessa «solo oralmente», si parla ancora in alcuni paesi. Va detto con onestà che le fonti lette raccontano bene questa storia a Martignano, Sternatia e Zollino, mentre su Calimera e Martano sono scarse: il sito del Comune di Calimera non si è potuto aprire, quello di Martano non ha pagine storiche. Il raggruppamento dei cinque paesi è una nostra scelta. È un viaggio per chi ama i paesi piccoli e le tracce di una lingua conservata a voce.
È un viaggio in cinque paesi della provincia di Lecce che fanno parte dell'Unione dei comuni della Grecìa Salentina. Il filo che le fonti reggono non è tanto la lingua quanto il rito: un'iscrizione greca su un campanile, un arciprete che firma in greco, una cripta con un affresco datato, un convento costruito per allontanare il territorio dai riti greci. Sotto, un secondo filo, feudale: la Contea di Soleto e gli Orsini del Balzo. Va detto con onestà che sul griko parlato oggi le fonti lette si contraddicono per Soleto, Melpignano e Castrignano, e che per Carpignano Wikipedia lo dice non grecofono: la lingua resta sullo sfondo, documentata senza contraddizioni tra le fonti solo a Corigliano. È un itinerario per chi legge le chiese per date e iscrizioni.
Cinque comuni della provincia di Lecce e un filo che le fonti reggono solo in parte: le pietre erette e le tavole di pietra della preistoria salentina. Per Giurdignano, Giuggianello e Minervino di Lecce il tema poggia su schede del Ministero della Cultura che descrivono menhir e dolmen, con misure e date; per Palmariggi su un solo menhir noto da fonti private; per Cannole su nulla, e lì il viaggio cambia argomento e segue la lingua e un tracciato che una cartoguida del 2015 intitolava «Devozione dei pellegrini». Nella nostra proposta è un percorso da fare in parte camminando tra uliveti e strade vicinali per vedere pietre, e di convivere con molte domande aperte: di nessun menhir del gruppo le schede sanno dire con certezza l'età. L'ordine delle tappe e la divisione in giorni sono una nostra proposta.
Quattro comuni della provincia di Lecce, da Otranto verso sud nella nostra sequenza; uno, Uggiano la Chiesa, non è compreso nel Parco costiero. Il tema ipotizzato, costa e castelli, regge solo in parte: le fonti lette documentano il castello di Otranto e quello di Casamassella, frazione di Uggiano la Chiesa, e nessun castello a Santa Cesarea Terme e a Diso. Il filo che tiene meglio è un altro: lo sguardo verso il mare e verso Otranto. Uggiano, scrive il suo Comune, nacque attorno a una torre di avvistamento a difesa della città; torri di vedetta segnano anche la costa di Otranto e di Santa Cesarea; e tre dei quattro comuni stanno nello stesso Parco regionale. È un viaggio per chi legge volentieri pavimenti, cripte e scogliere, e accetta che per Santa Cesarea e Diso il racconto resti breve.
È un viaggio nel Salento interno, cinque paesi della provincia di Lecce. Il filo che le fonti lette permettono di tirare è quello delle pietre messe in piedi: i menhir lungo la strada tra Cursi e Bagnolo, e poi le colonne alzate in paese, a Bagnolo, a Maglie e a Muro Leccese, dove c'è la colonna dei Quattro Evangelisti. Accanto c'è la pietra leccese, che a Cursi ha un ecomuseo. Va detto con onestà che il tema ipotizzato all'inizio, «pietra e masserie», regge solo a metà: di masserie le fonti lette non dicono nulla, e per Maglie e Muro Leccese le pagine dei Comuni non si sono potute aprire, quindi lì il racconto si fa breve. È un itinerario per chi legge i paesi a partire dai monumenti minori.
Quattro comuni della provincia di Lecce, dalle doline di Sanarica alla costa di Castro. Il filo che le fonti lette reggono è quello del rito greco e della diocesi di Castro: il Comune di Poggiardo lega la sua cripta di Santa Maria degli Angeli alla chiesa dei Santi Stefani di Vaste e alla Madonna della Grotta di Ortelle, tra le chiese-cripte attorno a Otranto; Ortelle, secondo Wikipedia (da riverificare), fu parrocchia della diocesi di Castro fino al 1818, e quando le incursioni svuotarono Castro la sede del vescovo passò a Poggiardo. Il tema ipotizzato, «paesaggio e devozione», regge così solo in parte: il paesaggio entra con le doline, la valle dei Canali e le grotte sul mare, ma per Sanarica nessuna fonte ufficiale si è potuta leggere e il racconto lì è breve. È un viaggio per chi scende volentieri sotto terra.
È un viaggio lento in sei paesi del Salento interno, tutti in provincia di Lecce. Il filo che le fonti reggono è una campagna precisa: il Parco agricolo multifunzionale dei Paduli, una piana di uliveti, canali e vore che prese il posto di un bosco di querce, e che comprende quattro dei sei comuni, Botrugno, San Cassiano, Nociglia e Surano. Intorno, piccoli centri storici di origine medievale o più antica. Va detto con onestà che il tema regge solo in parte: Spongano e Sogliano Cavour non stanno nel Parco, le fonti su di loro sono poche e lì il racconto si accorcia. È un itinerario per chi legge il paesaggio agrario e la forma dei paesi.
Cinque comuni della provincia di Lecce; quattro, Tricase, Andrano, Tiggiano e Corsano, sono tra i comuni del Parco naturale regionale Costa Otranto - Santa Maria di Leuca e Bosco di Tricase. Il filo che le fonti lette reggono è quello della difesa: una chiesa madre danneggiata dai Turchi nel 1480, un castello forse adeguato in quegli anni secondo un portale privato, torri costiere costruite sotto il dominio spagnolo e collegate a vista l'una con l'altra. Il tema ipotizzato all'inizio, «olio e costa», regge solo in parte: di olio parlano soltanto i frantoi ipogei di Corsano e di Specchia, e per Specchia solo fonti private o il GAL; di Andrano le pagine comunali sui luoghi non si sono potute aprire, e lì il racconto si accorcia. È un viaggio per chi legge i paesi dalle pietre datate.
Cinque comuni in provincia di Lecce, all'estremo del Capo di Leuca, legati da una meta: il santuario che la Diocesi di Ugento chiama Basilica di S. Maria de finibus terrae, meta di pellegrinaggi già nel Medioevo. La cartoguida regionale del 2015 tracciava due cammini, uno da Alessano per Salve, l'altro da Morciano, che passando per Barbarano, Giuliano e Patù arrivavano a Castrignano del Capo; e a Barbarano, secondo italia.it, si fermavano i pellegrini diretti a Finibus Terrae. Il tema regge però solo in parte: quei tracciati erano legati a un programma di quell'anno e non è verificato che esistano oggi, e Gagliano del Capo non vi compare. Gagliano ha un'altra strada, quella del sale. È un viaggio per chi vuole leggere un capo di terra attraverso le pietre che vi portavano.
Quattro comuni della provincia di Lecce, nel Capo di Leuca. Il tema ipotizzato, «medioevo salentino», viene da un percorso della cartoguida regionale del 2015 e regge solo in parte: le schede del GAL Capo di Leuca datano al XII secolo i primi documenti di Miggiano e il castello di Acquarica, al IX la cripta di Santa Marina, al Duecento la cappella di Celsorizzo, ma la chiesa principale di Alessano, l'ex cattedrale, è una chiesa decisa nel Settecento. Il filo che le fonti reggono meglio è un altro: un paese che contava più di oggi, Alessano, una sede vescovile soppressa, feudi passati di famiglia in famiglia, olio lavorato sottoterra. Di Miggiano e Montesano le fonti aperte dicono poco, e il racconto lì si accorcia. È un viaggio per chi legge le date sulle pietre.
Quattro comuni della provincia di Lecce, e un filo che le fonti lette reggono: tre di questi paesi compaiono nelle fonti, o rinascono, come casali legati a Lecce. Cavallino, per la scheda del Ministero della Cultura, risorge come casale nella Contea di Lecce; Castri, per dono del conte Tancredi nel 1190, e San Pietro in Lama, per dono di re Tancredi alla fine del XII secolo, passano alla Chiesa di Lecce. Lizzanello entra per un'altra via, quella di Cosimo De Giorgi, lo scienziato nato qui che descrisse, scrive il FAI, la Valle della Cupa. Il tema ipotizzato, «campagna e centri storici», regge solo in parte: i centri storici hanno tre schede ministeriali, la campagna compare solo nella Valle della Cupa, descritta dal FAI, e negli olivi di Lizzanello. Nella nostra proposta è un viaggio di tre giorni, per chi legge un paese dalla sua pianta e dalle sue date più che dai monumenti.
Tre comuni della provincia di Lecce, tra l'Adriatico e la pianura a est del capoluogo. Il tema ipotizzato all'inizio, «pietra e costa», regge solo a metà: nessuna fonte letta parla di pietra per questi luoghi, mentre la costa c'è, ed è il filo vero. Le pagine del Comune di Melendugno raccontano un mare che per secoli fu una minaccia: Roca distrutta più volte da chi arrivava dall'acqua, poi smantellata nel Cinquecento e lasciata dai suoi abitanti, che si spostarono anche a Vernole; torri di vedetta e masserie fortificate collegate in una rete difensiva, secondo il Comune. Melendugno ha fonti ricche; Vernole e Caprarica di Lecce ne hanno poche, e lì il racconto si accorcia. È un viaggio per chi legge un territorio dalle sue difese, senza fretta.