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Dalle mura di Roca alle paludi delle Cesine

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Torre Sant'Andrea Melendugno Salento · foto Michela Cupisti, CC BY-SA 4.0, Commons

Melendugno · Vernole · Caprarica di Lecce · LE

Tre comuni della provincia di Lecce, tra l'Adriatico e la pianura a est del capoluogo. Il tema ipotizzato all'inizio, «pietra e costa», regge solo a metà: nessuna fonte letta parla di pietra per questi luoghi, mentre la costa c'è, ed è il filo vero. Le pagine del Comune di Melendugno raccontano un mare che per secoli fu una minaccia: Roca distrutta più volte da chi arrivava dall'acqua, poi smantellata nel Cinquecento e lasciata dai suoi abitanti, che si spostarono anche a Vernole; torri di vedetta e masserie fortificate collegate in una rete difensiva, secondo il Comune. Melendugno ha fonti ricche; Vernole e Caprarica di Lecce ne hanno poche, e lì il racconto si accorcia. È un viaggio per chi legge un territorio dalle sue difese, senza fretta.

In breve

Durata. 4 giorni.

Il percorso

Giorno 1 — Roca Vecchia e Roca Nuova

Si comincia sul mare, a Roca Vecchia, che il portale turistico del Comune di Melendugno descrive come un sito stratificato, con testimonianze dal XVII secolo a.C. al XVI d.C. Nel Bronzo medio vi sorgeva una città fortificata, con mura monumentali ancora visibili; nel Bronzo recente e finale una seconda; entrambe, dice la pagina, furono distrutte più volte da incursori venuti dal mare. L'Università di Bologna, che qui conduce dal 2019 una ricognizione di superficie, ricorda il porto dell'età del Bronzo aperto agli scambi con il mondo egeo-miceneo. Nella prima metà del Trecento Gualtieri VI di Brienne ricostruì la città sulle rovine, con castello, mura e chiesa. Il perché della fine è scritto nella stessa pagina comunale: dal 1480 i corsari ottomani assaltarono più volte questa costa, e tra la metà e la fine del Cinquecento il preside di Terra d'Otranto fece smantellare le fortificazioni, dentro il piano di difesa costiera. Gli abitanti si trasferirono a Borgagne, Melendugno, Vernole e Calimera; altri fondarono Roca Nuova. Oggi si vedono le mura del Bronzo medio, mura e tombe messapiche, il castello triangolare; i reperti sono al Museo archeologico «S. Castromediano» di Lecce. Nei pressi, secondo l'Università di Bologna, si apre la Grotta della Poesia Grande, legata alla Piccola da un passaggio subacqueo: nel 2018, riferiva una testata, il Comune ne chiuse temporaneamente l'accesso per il rischio di crollo della falesia; lo stato attuale non è verificato.

A Roca Nuova, fondata dai profughi, il castelletto è una torre con fossato e ponte levatoio. Nella prigione semi-ipogea, riferisce il Comune, restano graffiti di un cavaliere, di galeoni e brigantini, e i segni tracciati per contare i giorni. Il borgo fu abbandonato nell'Ottocento, dopo gli attacchi turchi e la malaria. Il giorno dopo si segue la linea delle torri.

Giorno 2 — San Foca, Torre Sant'Andrea e Borgagne

La torre di San Foca è del 1568, come quella di Sant'Andrea. Nel 1577, riporta il portale comunale, Angelo Candido, procuratore dell'università di Melendugno, la armò con un falconetto di bronzo; di notte comunicava con i fuochi e di giorno con il fumo, verso Torre Specchia Ruggeri e verso Roca. È l'unica torre del territorio comunale restaurata in tempi recenti, nel 1975, secondo il Comune. Quella di Sant'Andrea, armata nel 1578 dal sindaco di Borgagne Andrea de Jacobo, oggi non si vede: in parte è distrutta, in parte inglobata nel faro della Marina Militare, e sotto il faro un insediamento rupestre è minacciato dall'erosione. Nell'entroterra, a Borgagne, la difesa ha una data incisa. Dopo la presa di Otranto del 1480, scrive il Comune, fu distrutto il casale bizantino di Pasulo, e nel 1497 il barone Bellisario Petraroli di Ostuni costruì la torre circolare per difendere il borgo, con lo stemma di famiglia e un'iscrizione latina che ne ricorda la data; il resto del castello, a pianta rettangolare con atrio e fossato, seguì all'inizio del Cinquecento. Nel 1528 Bellisario si schierò con Lautrec contro Carlo V, e nel 1531 perse il feudo. Nel 1630 il castello fu dipinto nella tela della Madonna del Rosario della chiesa madre di Borgagne. Nel centro storico, otto case a corte con il portale, il «samportu», e il cortile comune per i carri. Il giorno dopo si va nel capoluogo e nelle sue campagne.

Giorno 3 — Melendugno e le masserie fortificate

La chiesa matrice di Maria Santissima Assunta fu edificata nel 1575, secondo il portale comunale. La facciata cinquecentesca porta la statua dell'Assunta; dentro, l'altare della Madonna del Rosario e il ciborio ligneo sono di Aprile Petrachi, scalpellino di Melendugno attivo anche nel Santissimo Crocefisso di Galatone. Qui dal 1882 sono custodite le reliquie di San Niceta il Goto, patrono, il cui culto fu diffuso dai basiliani. Dell'abbazia di San Niceta, di origine basiliana, la fondazione nel 1167 è riferita da Jacopo Antonio Ferrari, nel Cinquecento, e il Comune la dice incerta; nel 1392 dipendeva da San Nicola di Casole e aveva possedimenti a Roca, Pasulo, Acquarica, Acaya e Vernole. Dell'impianto normanno resta poco: la volta a botte è del XV-XVI secolo, come gli affreschi, tra cui un Cristo piagato datato 1563 con il motto «mors mea vita tua». Nella campagna la difesa continua nelle masserie fortificate, che il portale lega alla rete delle torri costiere contro le incursioni del Cinquecento: Tricero, del XIV secolo, con torre circolare e caditoia; Coviello Grande, del XV secolo, e Coviello Piccolo, ottocentesca, al confine con Vernole. Quel confine è il passaggio verso l'ultimo giorno.

Giorno 4 — Vernole, Acaya e le Cesine; Caprarica di Lecce

Di Vernole capoluogo e di Caprarica le fonti lette sono poche e, per Caprarica, solo private. Il legame con Melendugno lo dà il santuario della Madonna di Roca, la cui cripta del 1656 ricorda i martiri: secondo il Comune di Melendugno, Vernole vi va in pellegrinaggio l'ultimo sabato di aprile. Nella frazione di Acaya, per la scheda del FAI, Gian Giacomo dell'Acaya, regio ingegnere di Carlo V, avviò la ricostruzione del borgo, fortificato, «modello di città ideale»; la scheda lo dice oggetto di recupero da parte di Comune di Vernole e Provincia di Lecce; le date dei lavori cambiano da una fonte all'altra. La forma si legge ancora, secondo Wikipedia: sei vie parallele da nord a sud, larghe 4 metri e distanti circa 17 metri l'una dall'altra, tagliate da tre vie est-ovest. Verso il mare, nel Comune di Vernole per il WWF che la gestisce, c'è la riserva delle Cesine, sito Ramsar designato il 6 dicembre 1977: stagni temporanei, pinete d'Aleppo, lecceta e paludi costiere, l'ultimo tratto di quelle che andavano da Brindisi a Otranto, con 32 specie di orchidee e circa 180 specie di uccelli.

La scheda di Città dell'Olio la dice casale della Contea normanna di Lecce, poi feudo degli Orsini del Balzo, degli Adorno, dei Giustiniani e dei Rossi; i marchesi Giustiniani vollero nel 1701 la chiesa del Crocifisso, a croce latina. Nel castello, per l'associazione Dimore Storiche Italiane, si conserva la camera della patriota Antonietta De Pace. Wikipedia ricorda che qui nacque il poeta Antonio Verri e che il paese ha un nome anche in griko, Κραπάρεκα. Il viaggio, nella nostra proposta, si chiude qui.

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